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lunedì, 10 agosto 2009

Demetric Bennett: le prime parole da "arancione"



Un veloce scambio di battute, mentre ancora si gode le ultime giornate di vacanza prima della seconda esperienza in Europa. Abbiamo sentito Demetric Bennett, l'elemento meno conosciuto della campagna acquisti arancione e quello che potrebbe far fare al team il salto di qualità.

Demetric, il GM dice che sei un giocatore in grado di rendere in tutti e 3 i ruoli "dietro", ma dove ti trovi meglio?
DB: Il mio ruolo naturale è quello di guardia, ma posso giocare anche da play o da ala piccola all'occorrenza.

Conosci gli altri due americani (Harrison e Mathis) con i quali dividerai il backcourt?
DB: Ad essere sincero non li conosco. Sono un po' più vecchi di me, tipo di una decina d'anni (risata), ma sono sicuro che sono giocatori di alto livello.

Com'è stata la transizione dal college all'Europa?
DB: C'è voluto un po' per adattarmi, le regole sono un po' differenti, ma ora mi sento assolutamente a mio agio.

Cosa ti aspetti dalla stagione a Udine?
DB: L'obiettivo è vincere il campionato e dare ai tifosi una squadra che li coinvolga e li faccia divertire.

postato da: FingerRoll alle ore 07:48 | link | commenti
categorie: interviste, campionato, mercato arancione
martedì, 28 luglio 2009

Donte Mathis: l'intervista

Stando a quanto si legge e si sente, il suo arrivo verrà ufficializzato nei prossimi giorni. Stiamo parlando di Donte Mathis, americano di passaporto italiano (per matrimonio) lo scorso anno in forza a Casale Monferrato e in Italia dal 2002. Abbiamo "rubato" questa intervista al futuro play della Snaidero qui, dove se vorrete potrete leggerla in inglese e trovarne di altre (suggerisco quella a Robert "Tractor" Traylor nel mese di gennaio 2009).

Demis Cavina ha più volte ribadito nella conferenza stampa odierna di voler privilegiare l'aspetto umano a quello sportivo nella scelta dei giocatori. Da questa intervista si scopre qualcosa sia dell'uomo sia del professionista Donte Mathis.

Donte Mathis, il playmaker con una lunga carriera in Italia, parla del passato, dice la sua sui tornei estivi e sulla moda di molti giocatori di giocare nelle leghe asiatiche.

Donte, sei il giocatore di SouthWestern Texas State con la migliore carriera in Europa. Raccontaci di quando giocavi nell'NCAA.
DM: Volevo andare a giocare in un college di Division 1 dove potessi avere la possibilità di giocare a un buon livello, giocare da subito e crescere come giocatore. Sono riuscito ad ottenere tutto ciò e quell'esperienza mi è servita a diventare quello che sono come persona e come giocatore.

Dopo aver giocato nelle leghe minori negli USA il tuo primo impiego in Europa e stato in Germania, com'è andata?
DM: Il mio primo anno in Germania è stato fantastico soprattutto per imparare che cosa significa giocare in Europa. La Lega tedesca ha un ottimo marketing e di conseguenza ogni partita è molto sentita dal pubblico. Non avrei mai immaginato che la Germania avesse una base di fan così forte. Mi sono divertito molto a giocare lì anche perchè è stata la mia prima opportunità a livello professionistico in Europa.

Hai partecipato a molti tornei estivi nella tua carriera, cosa ne pensi? Pensi che servano ai giocatori?
DM: I tornei estivi ai quali ho partecipato sono stati molto utili a crearmi una carriera all'estero. La cosa importante è scegliere il torneo giusto che ti dia visibilità. Ormai tutti s'inventano delle leghe o tornei estivi per permettere ai giocatori di mettersi in luce, ma spesso chi li dirige chiede ai giocatori un sacco di soldi per prendere parte a incontri nei quali l'85% dei giocatori sono guardie e, ovviamente, non hai mai l'occasione di tirare. Spesso si svolgono di fronte a un paio di scout che, magari, sono lì per trovare un lungo atletico. Insomma, devi informarti e capire se ci saranno scout che cercano giocatori come te. E' difficile perchè sei non hai nessuno che ti guidi, finisce che ti tocca andare per tentativi.

Hai giocato tanti anni in Italia, finirai lì la tua carriera o vuoi giocare altrove nel prossimo futuro?
DM: Ho giocato in Italia per la maggior parte della mia carriera ma non posso dire che resterò lì fino alla "pensione". Mi piace molto ma ci sono molte possibilità nel mondo e faccio le mie scelte in base alla situazione migliore per me e la mia famiglia. Le possibilità per un giocatore diminuiscono di giorno in giorno. Ognuno vuole progredire e questo sport prende forza dalla competizione e dal business. Se migliorare come giocatore significa restare in Italia, allora ci resterò, se significa andare altrove, lo prenderò in considerazione.

Cosa pensi delle Leghe italiane e qual è stata la squadra con la quale ti sei trovato meglio?
DM: Le due leghe principali sono, secondo me, organizzate e rispettate. Entrambe offrono la possibilità ai giocatori di mettersi in mostra e di guadagnare parecchi soldi. Giocare bene contro i migliori giocatori internazionali, ex-NBA e Americani che si sono fatti una carriera qui, ti permette di indirizzare la tua carriera sui gusti binari. La qualità della vita in Italia è ottima e si sta bene. Devi passare 8-9 mesi all'estero e ovviamente passarlo in un luogo nel quale ti trovi bene è una cosa molto importante. Non ho un posto preferito tra quelli in cui ho giocato perchè davvero mi sono trovato bene dappertutto.

Molti giocatori lasciano l'Europa per giocare in Asia con contratti super, cosa ne pensi e tu lo faresti?

DM: Credo che tutti abbiano il diritto di migliorare la propria situazione. Tutti parlano di Spagna, Grecia o Italia ma conosco giocatori che si sono trovati bene in Asia. Il gioco sta cambiando, si sta evolvendo ed espandendo, e questo è positivo. Ho sentito racconti straordinari, meno straordinari e orribili di tutti i posti. Non ho pregiudizi nei confronti di alcuna lega o città, ho solo pregiudizi nei confronti di chi non rispetta i diritti e i contratti dei giocatori. I giocatori hanno responsabilità nei confronti dei club, ma è vero anche il contrario. Noi cerchiamo lavori che ci permettano di mantenere la nostra famiglia e noi stessi, quindi qualsiasi opportunità è buona...se vuoi prenderla, prendila. Non ho mai preso in considerazione l'Asia perchè il mio agente non è in quel giro, ma ho parlato con giocatori che si sono trovati bene e continuano ad andarci.

Cosa farai quando ti ritirerai dal basket?
DM: Mi piacerebbe rimanere nell'ambito di questo sport, in qualche modo. Scout, consulente, lavoro di front office sono tutti impieghi che mi interessano. Una volta pensavo che mi sarebbe piaciuto allenare ma da allora ho cambiato idea e credo che mi piacerebbe insegnare solo ai giovani, gli unici che possono assorbire il gioco nella maniera più pura. Ci penserò meglio con l'andare del tempo, frattanto apprezzo ogni giorno in cui gioco perchè niente ti viene garantito e di sicuro non durerà per sempre.


Potete trovare l'intervista originale su http://serwrites.blogspot.com/2009/05/interview-with-donte-mathis.html , la traduzione e riduzione (non abbiamo tradotto la domanda sulle previsioni su campionato italiano e NBA perchè ormai datata) è di FingerRoll.

postato da: FingerRoll alle ore 20:02 | link | commenti (2)
categorie: interviste, mercato arancione
venerdì, 26 dicembre 2008

Rashad Anderson: l'intervista

Per qualcuno è il nuovo Charles Smith, per altri è semplicemente uno dei migliori tiratori puri in circolazione. Rashad Shaheed Anderson è, senza dubbio, l’acquisto più azzeccato dell’estate friulana e, al momento, il leader nei punti segnati dell’intera LegaA. Il nativo della Florida – E non ci penso proprio a trasferirmi, lì si sta troppo bene: il tempo è bello tutto l’anno, non c’è mai la neve e abbiamo splendide spiagge! – ci ha raccontato qualcosa della sua vita, personale e professionale.

Rashad, da piccolo chi era il tuo modello di riferimento?
Mio padre. E’ lui che mi ha insegnato le prime cose sul basket e, soprattutto, a essere un uomo e un buon cittadino. Ancora oggi è il mio migliore amico. Ci sentiamo 4/5 volte la settimana ed è sempre prodigo di consigli.
A che età hai capito che per te il basket non era solo una passione?
Ero molto giovane, 13-14 anni, quando ho cominciato a pensare che il basket sarebbe potuto diventare la mia vita. Poi sono arrivati gli anni di high school e la chiamata da uno dei migliori programmi universitari degli States: l’Università di Connecticut.
Gli Huskies di UConn erano una squadra ricca di talento (tanti compagni di Rashad ora giocano nell’NBA, ndr) ma spesso i tiri decisivi finivano nelle tue mani. L’NBA però si è dimenticata di te. Te lo aspettavi?
Veramente io mi aspettavo di essere chiamato da qualche squadra, ma non me la sono presa più di tanto. Sono da sempre convinto che tutto accada per una ragione. Al momento del draft, mi stavo rimettendo da una malattia che mi sarebbe potuta costare la vita e non solo la carriera sportiva, quindi non mi potevo allenare e avevo messo su un po’ di chili. Sono comunque soddisfatto: ho la mia vita, sono un giocatore di basket e sono ancora giovane per giocare le mie carte in chiave NBA.
Fino ad ora la tua carriera professionistica è stata un crescendo: seconda divisione greca (Egaleo), seconda divisione italiana (Livorno), ora la prima divisione italiana con Udine. Passi successivi? Squadra da titolo, Eurolega ed NBA?
Io mi sento in grado di competere al livello massimo, quindi nell’NBA, già adesso. Sento di essere pronto. Poi, però, bisogna essere realisti e vedere quali sono le opportunità. Ad esempio, se la prossima estate arrivasse un’offerta incredibile dall’Europa, sarebbe difficile dire di no. Sono un professionista e ho una famiglia alla quale provvedere.
Veniamo al Rashad Anderson giocatore: prova a descriverci cosa succede quando entri in quei momenti di onnipotenza cestistica nei quali ogni tiro sembra “dover” entrare.
Funziona così: inizi con un canestro da sotto, magari un facile appoggio, poi un canestro dalla media ed entri in ritmo;  poi magari metti un tiro da tre e poi un altro e a quel punto…arriva la “Sentenza” e non c’è niente che un difensore possa fare. Non voglio sembrare arrogante, ma in quei momenti o mi neghi la ricezione oppure devi solo pregare che io sbagli.
Ci sono aree del tuo gioco che senti di dover migliorare ancora?
Posso migliorare in tutto. Assolutamente in tutto. Ad esempio, devo diventare un passatore e un difensore migliore.
Con il tiro siamo apposto, vero?
No, no, anche lì posso migliorare. Il punto è che quando uno non vuole più fare un passo avanti nel proprio gioco è meglio che si dedichi ad altro. Per me quel giorno è ancora lontano.
Abbiamo notato che non schiacci mai, nemmeno quando ne hai la possibilità. C’è un motivo?
Se la metti così, la prossima volta tiro giù il canestro con una feroce affondata! (risata). No, in realtà, il mio gioco è sempre stato essenziale. Appoggiare a canestro o distruggere il ferro con una schiacciata conta sempre due punti. Io preferisco la soluzione più semplice. Anche quando tiro, lo faccio dopo 2, massimo 3, palleggi, a meno che non mi trovi in posizione centrale, fronte al canestro, in quel caso mi piace giocare un po’ con il mio difensore. In campo siamo in 5 in campo ed è giusto dividerci il pallone.
E il Rashad in abiti civili com’è?
Sono un burlone, mi piace ridere e scherzare con i miei compagni – tirandogli, ad esempio, acqua gelata quando sono sotto la doccia - e con gli amici.
Pensa che, visto da fuori, sembri una persona molto seria.
Sono l’esatto contrario. In campo sono un agonista spietato, gioco duro e odio perdere. Beh, però, devo dirti che anche quando la sera Jermaine Jackson ed io ci sfidiamo con l’Xbox, odio perdere. Quando capita, non gli rivolgo la parola per tutta la sera.
Fuori dal campo cosa fai?
Qui a Udine sto principalmente a casa, mi riposo, mi diverto con i videogiochi e soprattutto sto al telefono con la mia famiglia e le mie bambine, una compirà un anno a febbraio mentre l’altra va già a scuola. In Florida, invece, oltre a stare con la famiglia, mi piace fare quello che fanno in venticinquenni: divertirmi con gli amici, andare in spiaggia.
E’ dura star lontano dagli affetti?
Sì, molto, ma è uno degli aspetti della professione. Sarebbe difficile anche, ad esempio, se giocassi nell’NBA, perché sarei spesso lontano per le trasferte ad Ovest.
Quindi la tua preferenza andrebbe per una squadra della costa EST?
No, no, assolutamente, l’importante è giocare nella Lega, la squadra è davvero secondaria.
Udine com’è? La città, il pubblico?
La città mi piace e la gente è molto cordiale e alla mano. I tifosi, poi, anche nei momenti difficili ci sono sempre vicini ed è una cosa che sento molto. Se ci pensi, chi viene al Carnera paga il biglietto per vederci e magari il lunedì, quando noi abbiamo la giornata libera, si deve alzare alle 6 per andare al lavoro. Ho grandissimo affetto e rispetto per loro, anche per questo do sempre il 100% in campo.
Ultima domanda, cosa significa per un afro-americano avere per la prima volta un presidente nero alla Casa Bianca? Cosa pensi Barack Obama possa portare al Mondo?
Credo che Obama possa portare il cambiamento. Lo diceva la sua campagna e io credo possa accadere. Obama, prima di essere un afro-americano, è un uomo preparato e penso possa contribuire a risolvere la crisi che il Mondo sta vivendo. Per me la sua vittoria di novembre significa semplicemente che nella vita tutto è possibile!

E allora, nel piccolo cosmo del basket udinese, è giusto credere che la salvezza sia possibile, soprattutto se passa dai polpastrelli della “Sentenza” da Lakeland, Florida. 

postato da: FingerRoll alle ore 13:57 | link | commenti (9)
categorie: interviste
lunedì, 22 dicembre 2008

Intervista a Rashad Anderson


Mercoledì
sulle pagine del settimanale IL FRIULI potrete trovare una mia intervista a Rashad Anderson. La Sentenza da Lakeland, Florida parla, tra le altre cose, del suo rapporto con il padre, della mancata chiamata NBA, del suo futuro, di cosa significhi entrare in the zone e di che cosa gli piace di Udine e del suo pubblico.
Mercoledì in edicola.

postato da: FingerRoll alle ore 10:48 | link | commenti (5)
categorie: interviste
domenica, 12 ottobre 2008

Nuovi scenari: un play comunitario in arrivo?

Udine sarebbe sulle tracce di un forte playmaker comunitario. All'inizio di novembre dovrebbe prendere il posto di Gomez (possessore di contratto a gettone) nel roster e quello di Jackson in quintetto. Jermaine Jackson diventerebbe il prezzemolo da aggiungere alla bisogna per dare minuti a Anderson e Torres. Questa è la notizia della serata. La fonte è autorevole. L'esito delle prossime 4 partite dirà se questo scenario potrebbe diventare reale.

A fine partita ci siamo fermati a chiacchierare con JJ, uomo dalle idee chiare, non banali ed interessanti. Insomma, non il classico giocatore sempre "pienamente d'accordo con il mister!".
Jermaine, com'è?
Sono distrutto! Odio perdere.
Cosa è successo oggi?
Nel basket bisogna fare canestro. Loro l'hanno fatto, noi no. E' piuttosto semplice. Se guardo le statistiche vedo che ho fatto 1/8 al tiro. Fossero entrati quei tiri staremmo parlando di un'altra partita.
Vero, ma oltre a non segnare non avete contenuto il nemico pubblico numero 1: Forte.
Hai ragione. Forte è stato fenomenale e noi non siamo riusciti a limitarlo. Il problema per noi è stata la difesa in generale, non solo quella su di lui. Per vincere noi dobbiamo difendere forte e ripartire. Quanti contropiede abbiamo fatto oggi? Io non me ne ricordo neanche uno. E' necessario che tutti si rendano conto che le partite si vincono in difesa e non solo segnando un canestro più degli avversari.
Come giudichi la tua partita?
Quell'1/8 è significativo, inutile nascondersi. Non mi capiterà di nuovo di fare 1/8, ma anche Jordan o Bird hanno avuto brutte giornate al tiro. Credo, però, di aver fatto il mio, di aver fatto girare bene la squadra e di aver limitato Gordon, il mio uomo, in difesa. Certo, it's all about making shots!
Senti, la squadra in alcuni frangenti è sembrata stanca.
Quando non segni, poi tendi a perdere intensità difensivamente e questo, da fuori, può essere scambiato per stanchezza. E' anche vero, però, che i nostri tiri sono andati spesso corti. Se conosci il basket sai cosa significa, vero?
Che siete stanchi? Precampionato troppo lungo?
L'hai detto tu.  Però noi eravamo pronti già due settimane fa...
Ti senti il leader della squadra?
Sì, certo. Per me quest'anno è una sfida. Devo guidare una squadra molto giovane che, a parte Torres, ha scarsa esperienza ad alto livello. Devo cercare di farli giocare insieme, di trovare i tiri migliori per ognuno di loro.
C'è qualche nota positiva in una serata così?
Credo che la sconfitta ci possa fare bene e potrà farci capire cosa dobbiamo fare per provare a vincere. Ora abbiamo due partite fuori casa e la prossima, a Montegranaro, sarà fondamentale. Dobbiamo farla nostra.

postato da: FingerRoll alle ore 21:43 | link | commenti (11)
categorie: interviste, mercato arancione
sabato, 24 novembre 2007

Mp3: lo Stakanov di L.A.

E' arrivato in punta di piedi a metà della stagione scorsa. Era reduce da un infortunio ad un piede e c'è voluto un po' per vederlo giocare il basket che l'ha reso famoso. Ma nel finale di stagione sono stati i suoi canestri dalla terra dell'abbondanza a dare a Udine una salvezza tranquilla e qualche chance di playoff. Parliamo, ovviamente, di Mike Penberthy. Alcuni giorni fa, nel tempio del caffè (e non solo!) di piazza Matteotti/delleErbe/SanGiacomo (dipende dal vostro colore politico!) di Udine, Mp3 o lo Sceriffo (come lo chiama Micalich, perchè lui "entra e pum, pum, pum, spara le sue triple!") si è concesso al taccuino di FingerRoll.

Mike, sei probabilmente il miglior tiratore arrivato in Italia negli ultimi anni. Quanta parte delle tue capacità la devi ai geni che ti hanno passato mamma e papà e quanta al lavoro in palestra?

Sono un perfezionista e questo lo devo senz'altro a mio padre. Quando ero un ragazzino e tornavo a casa mi chiedeva sempre quanti tiri avessi fatto in allenamento e se non erano abbastanza, me lo diceva e mi esortava ad allenarmi di più. Questa è la base, poi, però, ci vuole grande etica nel lavoro, voglia di allenarsi e di migliorare sempre.

E adesso qual è la tua routine d'allenamento in estate?

D'estate lavoro sempre, tutti i giorni, due ore al mattino e due al pomeriggio. La sveglia è puntata alle 4.45. Mi sveglio, vado in palestra e tiro per 2 ore, dalle 5 alle 7: 2'000 tiri al giorno. Ho anche comprato un marchingegno che raccoglie i rimbalzi e mi rimanda indietro i palloni (tipo tennis, ndr). Poi nel pomeriggio faccio pesi oppure gioco.

Vedi questo tipo di atteggiamento, questa voglia di migliorarsi sempre, nei giovani italiani?

Decisamente no. Credo che un po' sia dovuto alla mentalità diversa e molto alle opportunità. Negli States a qualsiasi ora posso allenarmi. Per farti un esempio, se una notte non riesco a dormire e sono, che ne so, le 2 del mattino, io esco, prendo la macchina e vado in palestra. Ho una chiave, apro, entro e tiro fin che mi va. Qui non sarebbe possibile. Il Carnera, ad esempio, non è sempre aperto. E poi d'estate a Los Angeles, ma un po' dappertutto negli Stati Uniti, ci sono leghe estive, mini-campionati, dove ci si può tenere in forma giocando contro professionisti. Qui questo non accade. Insomma, ci sono meno opportunità per migliorarsi.

Mike, cosa ti ha dato il basket?

Credo, principalmente, la mentalità aperta. Grazie all'educazione che mi hanno dato i miei genitori, già un po' ce l'avevo, ma giocare per 20 anni a grandi livelli, prima al college, poi nell'Nba, ora in Europa e dover cambiare quasi ogni anno compagni, città, allenatori, beh, ti aiuta ad adattarti a tutte le situazioni e a capire di più quello che ti sta attorno.

E i soldi?

Sono un fattore importante, ma non posso dire che gioco per soldi. Ad esempio, a Berlino guadagnavo molto di più che a Udine, ma il livello del basket tedesco è molto più basso e non ero stimolato. Se giocassi solo per soldi, andrei in Russia o magari in Corea, qui, invece, trovo qualità e competizione e io vivo per questo.

Come gestisci la fama?

Come ti dicevo, ho giocato sempre ad alto livello, ho vinto un titolo Nba, quindi per me è assolutamente normale incontrare la gente, parlare con loro, ascoltare complimenti e critiche.

Con la stampa come ti trovi?

Qui in Italia molto bene. Negli Stati Uniti i giornalisti sono un po' più "invasivi", un po' come accade nel calcio qui da voi. In Italia è tutto molto più attutito, tranquillo. Si parla un po' dopo la partita, magari il giorno dopo, ma poi tutto passa. C'è differenza, poi, tra la stampa a Napoli, dove ho giocato 4 anni, e quella di Udine. A Napoli sono pronti ad osannarti se giochi bene ma anche a massacrarti quando fai prestazioni non all'altezza. Qui a Udine non ci sono picchi nè in una nè nell'altra direzione. Si può lavorare in maniera più tranquilla.

Leggi i giornali il lunedì?

No. Parlo con i miei compagni. Singolarmente, ci diciamo cosa è andato bene e cosa è andato male, in modo franco.

Con chi ti trovi meglio?

Con Jerome Allen. Lui è come un fratello: ha un cuore puro ed è onesto, ti dice sempre quello che pensa, anche se fa male. Sai, poi, con lui ho giocato due anni anche a Napoli, siamo quasi coetanei e entrambi abbiamo una famiglia e quindi esigenze e interessi comuni. Con gli altri, con Sales, Green, mi trovo altrettanto bene, mi diverto, ma ovviamente non posso avere lo stesso rapporto che ho con Pooh.

E con il pubblico?

Mi trovo bene. Come nel caso della stampa, c'è differenza tra Napoli e Udine. A Napoli il pubblico è molto più caldo. Loro vogliono vederti mettere sempre il cuore in campo. Non dico che la cosa non valga anche a Udine, ma a Udine il pubblico pretende anche la qualità del gioco.

Il tuo primo ricordo italiano?

Ero appena sceso dall'aereo a Napoli, eravamo in LegaDue e la società voleva vincere il campionato. Il GM, era Andrea Fadini, è venuto a prendermi e mi ha detto: "Mike, dobbiamo vincere quest'anno. Ah, a proposito, se non ce la facciamo è colpa tua!". Ho pensato:  "mmm, bell'inizio!", poi, però, è stata un'annata fantastica.

In campo, qual è il tuo più grande difetto?

Ogni tanto tendo a deprimermi. Quando le cose non vanno bene perdo un po' di fiducia e faccio un passo indietro. Questa è, probabilmente, la cosa che mi differenzia da Allen, lui affronta sempre le situazioni di petto. Poi, sai, io gioco anche per il pubblico e mi dispiace quando non riesco a fornire uno spettacolo all'altezza.

Mike, meglio perdere di 20 o di 1?


Ah, questa è facile. Meglio di 20, vuol dire che non sei mai stato in partita, mentre quando perdi di 1, beh, te la porti dietro per giorni. Ma lascia che ti dica una cosa importante, del basket e della vita: la gente dimentica. Se anche hai perso di 20, 30 o 40 punti, dopo qualche tempo la gente dimentica, soprattutto se fai seguire ad una pessima prestazione una buona. Vale anche per i tiri, quello che hai tirato è ormai passato e non conta più. Anche se hai sbagliato, devi pensare solo al prossimo che prenderai e cercare di metterlo!

A proposito, come fai ad entrare "in the zone" e mettere triple a ripetizione?

Ah, è solo questione di ritmo. Il ritmo, per un tiratore, è tutto. Per ottenerlo, però, c'è bisogno di toccare la palla, spesso, sentirla, altrimenti è dura. Quando passi minuti a correre tra i blocchi senza ricevere il pallone, è difficile mettere dentro l'unica palla che ti arriva in mano. E' molto difficile.

Un nome: Pancotto.

Allenatore molto esperto e davvero bravo. Il suo pregio è che riesce a trasmettere le sue conoscenze alla squadra e a preparare ottimamente le partite. Se devo dire una cosa che non mi piace, beh, è che è difficile accettare e capire quando s'infervora. Sai, il mio coach al college era una specie di santone, uno che ha vinto tantissimo, poi nell'Nba ho avuto Phil Jackson, un coach che si alza dalla panchina sì e no una volta all'anno, in Italia Caja, Mazzon e Bucchi, tutti allenatori molto riflessivi. Poi, l'anno scorso arrivo a Udine e trovo Pancotto! Insomma, mi ci è voluto un po' per abituarmi. Ma, lo ripeto, lui è un grande coach. In partita devi solo imparare cosa ascoltare e cosa no...

Mike fuori dal campo?

Fuori dal campo penso solo ai miei tre figli e a mia moglie Wendy. Per me la famiglia è la cosa più importante.

Come hai conosciuto Wendy?

Eravamo nella stessa università. Appena l'ho vista ho pensato "mmm, mi piacerebbe stare con lei!". C'è voluto più di un anno! Anche lei è una sportiva e giocava, a livello collegiale, a pallavolo. Come dire, lei salta molto più di me!!!

La famiglia ora lo ha raggiunto a Udine. L'anno scorso, l'arrivo di Wendy, Ty, Jadin e Kate è coinciso con l'entrata in forma di Mike. Sarà così anche quest'anno? I tifosi snaiderini se lo augurano.

postato da: FingerRoll alle ore 21:02 | link | commenti (5)
categorie: interviste
sabato, 06 gennaio 2007

Intervista a Jerome Allen

A Udine sei Geronimo, il Capotribù, un esempio per i più giovani e un leader in campo. Ma a Philadelphia sei conosciuto come Pooh Allen. Da dove arriva il soprannome? Pooh è un nomignolo che mia zia mi diede da ragazzino. Non so bene se fosse dovuto alla somiglianza a un orsacchiotto o proprio a Winnie the Pooh, ma hanno cominciato a chiamarmi così e il soprannome mi è rimasto. Qualche giorno fa, quando mi sono presentato alla squadra e ho detto al mio compagno Larry O'Bannon che poteva chiamarmi Pooh, lui mi ha guardato bene e mi ha risposto che sono troppo vecchio per quel genere di soprannome e mi chiamerà solo Jerome...

Pooh Allen è un nome che, nei playground di Philly, sa di leggenda. A Philadelphia, ma in tutti gli States, d'estate ci sono molti tornei dove i professionisti possono giocare e allenarsi. Io, invece, torno nel mio quartiere e gioco lì, con ragazzi che hanno solo esperienze di College o magari sono solo conosciuti per essere ottimi ballers da playground. Di solito i professionisti in questi tornei non ci vanno per ragioni assicurative o perché non vogliono giocare all'aperto o, spesso, perché i quartieri sono pericolosi. A me non interessa, quello è il posto dove sono nato ed andarci è un modo per tenermi in contatto con il mio quartiere, la mia gente. In questo modo quelli che, soprattutto i più giovani, non hanno potuto vedermi giocare - al College (Pennsylvania, ndr) e nei miei tre anni di Nba - hanno la possibilità di farlo.

Cosa succede durante le partite? Si innescano conversazioni interminabili su chi sia il più forte, se quello che arriva dall'Nba o quello che ha esperienze europee o magari uno che ha sempre e solo giocato nei playground. Quando in giro si sparge la voce che ci sono anch'io, arrivano tutti, ma proprio tutti, per cercare di battermi e accrescere la loro reputazione nel quartiere.

Ma non c’è solo questo, vero? Sì, all’aspetto sportivo, devi aggiungere che cerco di impegnarmi, insieme a mia moglie, per la comunità. Ad esempio con il progetto ‘Hood enriched (Quartiere arricchito/integrato, ndr), con il quale porto in Europa, ogni estate da quattro anni, una quarantina di ragazzi disagiati di Philadelphia, sostenendo tutte le loro spese. E' un modo per fargli capire che nella vita e nel mondo c'è molto di più di quello che possono trovare nelle strade di Philly. Allo stesso modo organizzo tour nei College per i giovani delle periferie per far loro vedere dove possono andare se continuano a studiare e ad essere cittadini responsabili. Credo che i due aspetti, l'essere un professionista di basket e il cercare di fare del bene soprattutto per i più giovani, abbiano contribuito ad aumentare il mio status di leggenda dei playground forse al di sopra dei miei effettivi meriti cestistici.

L'hai detto prima, hai giocato 3 anni nell'Nba. Com'è stato doverti staccare da quella realtà e venire in Europa? Come hai vissuto la transizione? All'inizio è stato difficile. Il sogno di ogni bambino americano che gioca a basket è di arrivare a giocare nell'Nba. Lo era anche per me e l'ho realizzato. Ma dopo tre anni le mie opportunità nella Lega erano limitate rispetto all'inizio e ho dovuto semplicemente cercare un altro posto di lavoro. Nel primo periodo mi sentivo abbattuto, frustrato, ma poi, dal secondo anno, ho cominciato a capire l'importanza di giocare all'estero e, adesso, posso dire che la maggior parte dei miei ricordi sportivi più significativi sono avvenuti da questa parte dell'Oceano. Di sicuro l'esperienza in Europa mi ha fatto diventare una persona migliore e, soprattutto, mi ha fatto vedere la vita da un'angolazione differente. Il 95% dei cittadini americani sa solo quello che accade all'interno degli Stati Uniti e non si preoccupa di cosa c'è fuori. Io mi sento un privilegiato perchè ho potuto osservare la vita da prospettive diverse, ho provato sempre a confrontarmi con le persone, nei paesi dove ho giocato, cercando di impararne la lingua (so dire anche quattro frasi in turco!) per capire come vivono. Solo per farti un esempio, i miei due gemelli in seconda elementare studiavano la storia antica e hanno studiato anche Pompei. Beh, quando giocavo a Napoli ho potuto portarli a vedere, dal vivo, quello che avevano letto e studiato. Sono esperienze che, in qualche modo, ti cambiano la vita. Giocando nell'Nba non le avrei mai fatte. Certamente, avessi continuato nella Lega, ora sarei sicuramente più ricco; ma poi penso a mia madre, che guadagnando 11'000 dollari l'anno è riuscita a mandare mia sorella e me al college, e allora so anche di non potermi lamentare per quanto ho ottenuto, economicamente, fino ad ora.

C'è qualcosa dello stile di vita europeo che hai fatto tuo e che ora fa parte della tua personalità? C'è un aneddoto divertente che mi è capitato al mio primo anno in Italia, a Roma. Non riuscivo a capire perchè gli uomini indossassero vestiti stretti, attillati. Mi capitava di vedere due ragazzi camminare insieme per strada e, nella mia ignoranza, pensavo che avessero orientamenti sessuali diversi dal mio. Poi ho capito che le preferenze sessuali non c'entravano nulla e si trattava solo di moda, di stile. Alla fine ha cominciato pure a piacermi lo stile italiano. Dopotutto, voi siete molto più avanti rispetto a noi americani in quanto a moda. Alla fine della prima stagione mi sono comprato un paio di jeans Gucci, una camicia Dolce e Gabbana, delle scarpe eleganti e sono tornato negli States, nel mio quartiere. Non serve che ti racconti i commenti dei miei amici, vero? Ancora adesso, anche se ormai la moda italiana ha invaso anche gli States, a Philadelphia mi dicono che sono diventato "europeo" perché non metto jeans e magliette extralarge. Però a mia moglie piaccio così e, comunque, il cappellino continuo ad indossarlo!

Tornando al basket, quando è passato l'ultimo treno Nba per Jerome Allen? Due estati fa sono andato ad un camp estivo di San Antonio per 4-5 giorni. L'ho fatto soltanto perché avevo bisogno - in base al nuovo contratto collettivo della Nba - di un altro anno di servizio nella Lega per aver diritto alla pensione. Ne ho fatti tre, ne servirebbe ancora uno. Insomma, la pensione è sempre meglio avercela, no? Non è andata bene. Ma l'ultima opportunità seria è stata nel primo anno di Roma. D'estate sono stato contattato dai Lakers. Purtroppo ero infortunato all'anca e non potevo giocare nella Summer League. Ma Phil Jackson mi voleva vedere in campo e mi hanno invitato a Los Angeles per farmi curare dal loro staff. Alla fine però si trattava di andare via da casa e star lontano dalla famiglia per un bel po' e Roma mi aveva fatto una buona proposta economica, così ho deciso di tornare in Italia. Ci penso ancora ogni tanto, ma mi dico sempre che se anche non ho avuto la possibilità di tornare, almeno ci ho giocato per 3 anni. Tanti giocatori quella possibilità non l'hanno mai avuta. Posso sorridere e pensare che ho un sacco di storie da condividere con i miei figli e i miei nipotini. Ho giocato contro Michael Jordan, contro Joe Dumars, contro Shaq e ne ho le prove in videocassetta. Peccato che nessuno usi più il videoregistratore. Pensa che mi dicono che quando giocavo io all'università, dovevano ancora inventare Internet.

Parlando di Nba, una grande differenza tra i pro americani e l'Europa è l'ambiente in cui si gioca. Nell'Nba possono succedere risse in campo (l'ultima qualche giorno fa a New York con 10 giocatori espulsi) mentre in Europa il problema lo si può avere con il pubblico, come ti è successo ad Avellino l'anno scorso quando ti hanno sputato addosso. In effetti è così. Ad Avellino potevo reagire in due modi. Potevo saltare addosso a quel tipo e strozzarlo. Fossi stato più giovane e meno esperto magari l'avrei fatto. Ma cosa dimostro se picchio un sessantenne, anche se mi ha rivolto uno dei gesti più degradanti che esistano? Per noi era un momento importante come squadra, stavamo cercando un posto nei playoff e allora devi cercare di pensare al fatto che lasceresti la squadra senza di te per 3-4-5 giornate e non daresti certo un buon esempio. Poi non puoi mai sapere cosa succede se coinvolgi anche gli spettatori. Sono situazioni su cui non hai controllo. Nell'Nba è diverso. E' un grande business ed è una lega dove contano i numeri e dove spesso in campo vanno i contratti e non il talento. Te ne accorgi solo quando ci sei dentro. Ci sono ragazzi giovani che guadagnano tanti soldi, spesso l'ego prende il sopravvento e molti di loro non pensano al fatto che è uno sport ormai globale e che farebbero meglio ad essere superiori a certe provocazioni. Si sentono invincibili, non capiscono le opportunità che la vita gli sta offrendo e magari le bruciano per un eccesso di orgoglio.

Edi Snaidero ha detto che vorrebbe vederti chiudere la carriera qui. Cosa ne pensi? Sono grato a Edi Snaidero per le sue parole e per avermi riportato qui. In questo momento della mia carriera faccio valutazioni annuali. Al momento fisicamente sto bene, però attendo con ansia di iniziare la seconda parte della mia vita. Ho proprio voglia di fare il padre a tempo pieno. Negli ultimi 11 anni da professionista non sono stato molto presente e ho voglia di recuperare. Dopotutto ho avuto un'ottima carriera, ho giocato in 6 Paesi diversi, ho giocato nell'Nba, ho guadagnato un sacco di soldi e posso venire al lavoro tutti i giorni sorridendo, sapendo che il basket non è tutto nella vita. Tornare qui in questa stagione mi ha fatto molto piacere perchè sto avendo la possibilità di dare il mio aiuto in una situazione che ne aveva bisogno. In squadra ci sono tanti giovani e nonostante io non riesca a correre e saltare come una volta, riesco ancora a "pensare basket", aiutare i compagni e fare in modo che credano in loro stessi. Se continuiamo a lavorare così alla fine della stagione otterremo buoni risultati. Solo allora deciderò se ho ancora voglia di giocare. Mentalmente sono quasi pronto a fermarmi e, onestamente, è bello chiudere quando puoi essere tu a deciderlo e non quando sono le situazioni a costringerti. Se dovessi decidere di smettere, beh, allora avrei davvero chiuso la carriera vestendo l'arancione, altrimenti ci rivedremo l'anno prossimo e riprenderemo il discorso.

Scarica l'intervista (circa 11 Mb) qui:

http://www.sinewaves.it/intervista_allen.mp3

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